“Ho 30 anni e i miei coetanei fanno un uso vergognoso della Naspi”, lo sfogo

Un 30enne italiano si è sfogato sul tema NASPI: a suo avviso, troppi italiani ne "approfittano". Ecco cos'ha scritto.

«Alcuni fanno Naspi a intermittenza e se la godono», questo è il titolo di uno sfogo su Reddit che racconta il paradosso del lavoro in Italia. A detta di alcuni, chi ‘approfitta’ del sussidio di disoccupazione sbaglia.

Nella community r/sfoghi un utente italiano, di 30 anni, ha scritto una frustrazione che molti pensano ma pochi dicono a voce alta: vedere coetanei che alternano periodi di lavoro e Naspi come se fosse un “abbonamento alla libertà”, viaggi da due o tre mesi mentre incassano l’indennità di disoccupazione, e che lo raccontano pure con leggerezza. Non parla di chi la Naspi la usa perché è in difficoltà reale, ma di chi – a suo dire – “se la gode” e si vanta di aver già fatto due o tre giri di disoccupazione prima dei trent’anni.

Il suo sfogo è diretto: si sente preso in giro da un sistema di “assistenzialismo estremo” che permette a qualcuno di approfittarne, mentre altri magari non andranno mai in Naspi o ci passeranno, al massimo, una sola volta nella vita. E allarga il discorso al contributivo, che a detta di alcuni collasserà entro pochi anni: «Si paga un sacco in INPS per una pensione che non vedremo mai». Il tono è quello di chi si percepisce come fesso: lui lavora senza pause, altri usano i buchi contrattuali per “staccare” con soldi pubblici. Risultato: «Mi sono rotto il c***o».

«Non è solo la Naspi, guardiamo i contratti»

Tra le tante risposte, una delle più lucide arriva da chi invita a spostare il focus: il problema non è solo la Naspi, ma le condizioni lavorative che rendono normali contratti a termine, stage, lavori intermittenti. C’è chi porta l’esempio della sorella che vive di stage e part‑time mascherati da full‑time, precarietà strutturale che la esclude da mutui, tutele e qualsiasi progetto di lungo periodo. In questo contesto, la disoccupazione diventa spesso l’unico margine di respiro, più che un lusso.

Altri ricordano quanto sia stressante restare senza lavoro in Italia: la Naspi non è una lotteria, ma una minima tutela per non sprofondare. “Se rimango a casa e voglio farmi un viaggetto potrò farmelo?”, chiede una commentatrice, rivendicando il diritto a non vivere la disoccupazione solo come un’agonia, ma anche come un tempo in cui, se già stai pagando da anni contributi e tasse, puoi permetterti di non stare chiuso in casa a soffrire in silenzio.

Il punto di vista di chi la Naspi la subisce

Spunta anche la voce di chi la Naspi la conosce fin troppo bene e non per scelta: un docente con due lauree che lavora da sempre con contratti a tempo determinato racconta di essere “costretto” a prendere la disoccupazione per riuscire a vivere tra un incarico e l’altro. “Ci rinuncerei volentieri, se potessi. Sei fuori dal mondo, totalmente”, scrive rivolgendosi all’autore del post. Per lui la Naspi non è un modo per “spassarsela”, ma una stampella che compensa stipendi bassi e discontinui e gli inevitabili 3-4 mesi senza stipendio dei docenti precari.

Questo ribalta lo sguardo: da fuori, chi alterna lavoro e indennità può sembrare un furbo; da dentro, spesso è solo uno dei tanti incastrati in un mercato che ti prende a progetto, ti molla a fine contratto e ti riprende solo se conviene. In quel vuoto, o sopravvivi con risparmi e aiuti familiari, o usi i pochi strumenti legali che hai, Naspi compresa.

«Alternare lavoro e disoccupazione è la nostra pensione anticipata»

Il commento più lungo e feroce arriva però da un utente che ammette di averci “fatto pace”: insieme a un amico ha trasformato l’alternanza lavoro‑Naspi in una sorta di “pensione a intermittenza”. Spiega che molti andavano in pensione stabile a 50 anni; lui alla stessa età dovrà ancora cercare di stabilizzarsi, magari con un mutuo sulle spalle fino ai 70. In questo quadro, prendersi mesi di disoccupazione tra un contratto e l’altro diventa quasi l’unico modo per recuperare ciò che in passato veniva garantito in blocco: tempo, riposo, vita fuori dal lavoro.

Il suo ragionamento è tagliente: se il lavoro paga poco più della disoccupazione, la Naspi “ti ridà quello che non hai percepito prima”. E ancora: dopo una laurea magistrale a numero chiuso, si è ritrovato bloccato in concorsi eterni che non abilitano, impossibilitato a espatriare, in un sistema che prima ti seleziona, poi ti tiene dentro e infine ti dice che la tua laurea “non serve”. In un paese in cui si forma la gente per un mestiere e poi la si manda a farne un altro ogni cinque minuti, pretendere competenza e produttività suona quasi ipocrita.

Alcuni fanno Naspi a intermittenza
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sfoghi

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