“Ho ricevuto la diffida da un politico italiano per un commento su Facebook”, cosa è successo

Un cittadino italiano ha ricevuto una diffida da un politico per un commento offensivo sui social: ecco cosa ha scritto.

Può un commento scritto sui social contro un politico trasformarsi in una diffida formale, con minaccia di azione civile e penale per diffamazione? La risposta è sì e chi segue l’attualità lo sa bene. L’ennesimo caso simile è stato raccontato da un utente italiano su Reddit, nella community r/Avvocati, che riferisce di aver ricevuto una lettera da una società che gestisce i diritti d’immagine di un «politico piuttosto noto». Nel mirino finisce una frase molto dura pubblicata online, dove il politico veniva definito «razzista con moglie e figlia rumena, omofobo» con una chiusura allusiva («chissà che fa di notte… non dovrebbe parlare ma solo vergognarsi»).

Nella diffida, spiega l’autore del post, si parla esplicitamente di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595 del codice penale, con richiesta di risarcimento danni e annuncio di possibili iniziative in sede civile e penale. Non è la prima volta che il redditor si trova in una situazione simile: racconta di aver già ricevuto, in passato, due diffide da parte di influencer legati a OnlyFans, sempre per commenti online, alle quali però non aveva risposto e dalle quali non era scaturito alcun seguito concreto. A questo si aggiunge il riferimento a un servizio de “Le Iene” che denunciava un presunto uso “speculativo” delle diffide come strumento per spaventare gli utenti e ottenere denaro.

Diffida da un politico per un commento sui social

L’utente prova anche una prima autovalutazione giuridica: richiama l’articolo 21 della Costituzione sulla libertà di manifestazione del pensiero e sostiene che il proprio commento rientrerebbe nei limiti fissati dalla giurisprudenza. A suo dire, i fatti oggettivi sarebbero verificabili (nazionalità della moglie e, di conseguenza, della figlia, oltre alle dichiarazioni pubbliche del politico); la pertinenza deriverebbe dal ruolo pubblico del destinatario; e la continenza sarebbe rispettata perché, a suo avviso, non si tratterebbe di insulti gratuiti ma di critiche e di una “iperbole” ironica sulla vita privata.

Tra i commenti degli altri utenti emergono però parecchi dubbi su questa lettura “ottimistica”. C’è chi, pur dichiarandosi non avvocato e condividendo la scarsa stima per il politico, invita alla prudenza: se proprio si vuole sfogare il proprio disprezzo, meglio farlo «al bar» che non su internet, dove siamo facilmente identificabili e dove «la rete non dimentica, gli avventori del bar sì». Altri raccontano esperienze analoghe di lettere minacciose ricevute da giornalisti o tipster, spesso semplici missive non raccomandate che annunciavano azioni legali “imminenti” mai poi concretizzate.

Chi ha ragione? Non l’utente

Non mancano risposte molto dirette: un utente sottolinea che, al di là delle simpatie politiche, qui si sta «letteralmente diffamando una persona in maniera abbastanza grave», mettendo l’accento su espressioni come “razzista” e “omofobo” con accostamenti alla vita familiare.

Un altro commentatore invita a distinguere tra critica politica e attacco personale: «Se vuoi parlar male di un politico fallo, critica le sue idee, la sua coerenza, le sue azioni. Ma mettere in mezzo moglie e famiglia, a cosa serve?». Una linea netta che separa la legittima contestazione delle scelte pubbliche dall’ingerenza nella sfera privata.

Sul fronte “come reagire alla diffida”, un commento riassume il suggerimento che spesso circola online: non rispondere finché non arriva una querela vera e propria o un atto di citazione in giudizio, anche nell’ipotesi in cui la diffida arrivi con raccomandata. L’idea è che, finché non c’è un passo formale davanti all’autorità giudiziaria, si rimane nel campo delle pressioni più o meno aggressive ma non ancora in quello del processo. Una strategia che però non sostituisce il consulto con un professionista, soprattutto quando in gioco ci sono accuse di diffamazione aggravata e richieste economiche potenzialmente pesanti.

Il commento più autorevole del thread arriva da un utente che si qualifica come consulente legale e che stronca, di fatto, l’autodifesa dell’autore del post: secondo lui, «il limite del legittimo diritto di critica ed espressione di una opinione è stato ampiamente superato». Pur dichiarandosi contrario al “business” delle diffide usate per spillare denaro agli utenti dei social, il consulente ricorda che in casi come questo il soggetto preso di mira ha comunque pieno diritto di tutelare la propria reputazione nelle aule di giustizia.

I casi reali recenti

Chi segue l’attualità avrà sicuramente letto il caso della sindaca di Genova Silvia Salis, che ha ottenuto un risarcimento di 5.000 euro da un utente che l’aveva insultata pesantemente su Facebook, definendola «p*****a», somma poi devoluta in beneficenza. E proprio alla luce di episodi del genere, il messaggio è chiaro: anche se si prova disprezzo per un politico, insultarlo sui social non porta alcun vantaggio reale e può invece aprire la porta a richieste risarcitorie tutt’altro che simboliche, spesso nell’ordine di 5.000 euro o più.

Nel complesso, il thread dipinge un quadro tutt’altro che rassicurante per chi usa i social come “sfogatoio” contro i personaggi pubblici: la libertà di critica esiste e trova fondamento nella Costituzione, ma si ferma di fronte agli insulti e all’attacco alla dignità personale, soprattutto quando coinvolge la sfera familiare. E se in passato qualche diffida si è risolta nel nulla, la linea di tendenza – anche alla luce di casi come quello di Silvia Salis – sembra andare verso una maggiore prontezza nel perseguire gli haters, con conseguenze concrete sul portafoglio di chi “esagera” dietro la tastiera. I risarcimenti, infatti, sono sempre nell’ordine delle migliaia di euro.