Nella community r/Universitaly, una studentessa di Medicina ha raccontato una scena che, a molti, è sembrata surreale: un collega che si annota con cura quanti e quali esami abbia dato ogni singolo studente del corso, commentando poi con gli amici chi è “indietro” e chi no. Il canale Telegram del corso conta circa 300 persone, e lui – stando al racconto – saprebbe esattamente il percorso accademico di ciascuno, compresi gli studenti degli anni successivi. Per l’autrice del post è uno shock: «Ma cosa spinge una persona a fare una cosa simile?».
La “gossip‑cronaca” degli esami altrui
Nel suo sfogo, la studentessa sottolinea quanto la cosa le appaia non solo inquietante, ma profondamente inutile: cosa cambia se una persona ha due esami indietro perché lavora, ha avuto problemi di salute o semplicemente ha avuto un percorso meno lineare? Eppure, nel gruppo, la carriera accademica degli altri sembra essere uno degli argomenti di conversazione principali, quasi un reality show basato su CFU, medie e appelli superati o saltati.
Un utente prova a spiegare così il fenomeno: chi passa tutto il suo tempo nella bolla dell’università finisce per trasformare tutto in classifica, misurando se stesso e gli altri solo in termini di voti, medie e velocità nel finire il percorso. Se fuori da Medicina “non c’è vita”, seguire ossessivamente gli esami degli altri diventa quasi un passatempo, una forma distorta di intrattenimento e di autoconfronto.
«Almeno uno così c’è in ogni facoltà»
Nei commenti, molti riconoscono il profilo descritto: «Almeno uno di questi falliti c’è in tutte le facoltà di medicina… così estremi sono pochi, ma nemmeno così rari purtroppo», scrive un utente. Il problema, però, secondo l’autrice, è che non si tratta di un’eccezione isolata: nella sua esperienza «il 90% delle persone sono così». L’argomento “carriera accademica degli altri” occuperebbe metà delle conversazioni del canale.
Colpisce anche il livello di esposizione: non solo chiacchiere di corridoio, ma messaggi privati per chiedere conferma di voci (“è vero che sei indietro di X esami?”) e informazioni che circolano di persona in persona, trasformando la carriera universitaria in materia di pettegolezzo aperto. Il confine tra interesse “professionale” e semplice cattiveria gratuita, in molti racconti, sembra già ampiamente superato.
Quando la curiosità diventa violazione
Tra le testimonianze più forti c’è quella di chi racconta di essere stato spiato direttamente dentro il proprio account universitario: una collega sarebbe entrata nel suo profilo tramite un iPad sbloccato solo per controllare media e lista esami. Lo studente in questione ammette di essere indietro, con voti medio‑bassi, ma si chiede quale interesse ci fosse nel verificare manualmente una situazione che “a Medicina conoscono tutti”.
La cosa non si è fermata lì: quando i compagni hanno scoperto che rientrava sotto la soglia ISEE che dà diritto alla borsa di studio, i commenti sono degenerati nel bullismo aperto. Non era più solo “quello con i 18 e i 22”, ma anche “quello povero che prende la borsa”. Un esempio lampante di come la competitività accademica, mescolata a pregiudizi sociali, possa trasformarsi in vera e propria violenza psicologica.
Ricorsisti, graduatorie e gerarchie informali
Un altro utente racconta di un compagno che, ogni volta che arrivava uno studente nuovo, correva a controllare le graduatorie dei test di ingresso per capire se fosse entrato “regolarmente” o tramite ricorso. In base al risultato, condivideva poi la scoperta con il proprio gruppo di amici per poterlo sbeffeggiare, se ricorsista. Anche qui, la logica è la stessa: classificare, giudicare, usare ogni dettaglio come materiale per creare una gerarchia implicita di “merito”.
È il lato oscuro di un sistema d’accesso già fortemente competitivo, dove il punteggio di un test o la via d’ingresso al corso vengono vissuti come marchi identitari, da sbandierare o da usare contro qualcuno. Le etichette – “entrato col test”, “entrato col ricorso” – diventano armi di status più che semplici dati burocratici.
Competizione, status e salute mentale
Sullo sfondo di queste storie c’è il contesto, noto, di una facoltà che unisce carichi enormi di studio, selezione all’ingresso, aspettative familiari e prospettive lavorative incerte. Non stupisce che, come mostrano diversi studi, gli studenti di Medicina riportino tassi di ansia, stress e burnout più alti rispetto alla media universitaria: quando l’ambiente è così competitivo, la tentazione di trasformare tutto in gara – e gli altri in avversari – è forte.
Ma è anche una dinamica pericolosa: se la comunità studentesca diventa un luogo in cui si viene continuamente giudicati per la media, per il tempo impiegato a laurearsi o per il reddito famigliare, la pressione raddoppia. Non esiste più solo la fatica di studiare, ma anche quella di “reggere il confronto” con chi, invece di fare squadra, annota gli esami altrui come fossero punti in una classifica.
Una domanda finale (scomoda)
Lo sfogo della studentessa si chiude con una constatazione amara: in un ambiente in cui molti sono “figli di medici, ricchi, e quant’altro”, il benessere economico sembra spesso accompagnarsi a un certo tipo di pettegolezzo cattivo e di disprezzo per chi arranca. Ma la questione va oltre il portafoglio: riguarda il modello di studente “ideale” che l’ambiente premia, quello sempre performante, impeccabile, giudice severo dei tempi e delle fatiche degli altri.
La domanda che resta è se questa cultura del controllo e del giudizio sia davvero compatibile con la professione che quegli studenti andranno a svolgere: prendersi cura di persone fragili, spesso in difficoltà, con storie complicate alle spalle. Se non si riesce a sospendere il giudizio nemmeno davanti a un collega che ha perso un anno per una malattia grave, cosa succederà quando dall’altra parte ci sarà un paziente, e non un numero di matricola?



