Prof “giusti” e materie che hanno senso
Nel suo post, cringerica insiste su un punto spesso trascurato: la sensazione di equità. Racconta che i professori del suo corso non fanno preferenze e che non ha la percezione di essere penalizzata per simpatie o antipatie. A contare sono preparazione e impegno, e questo rende l’ambiente più vivibile rispetto al liceo, dove molti percepiscono il peso di etichette e giudizi personali difficili da scrollarsi di dosso.
C’è poi il tema delle materie. Cringerica studia argomenti che le piacciono davvero e questo cambia tutto: non è più solo una corsa al voto, ma un investimento nel suo futuro. Il suo obiettivo dichiarato è diventare nutrizionista, e sapere che gli esami che affronta hanno un collegamento diretto con il lavoro dei suoi sogni rende la fatica più sopportabile, quasi “a tema” con la persona che vuole diventare.
Esami impossibili o aspettative realistiche?
Una delle frasi più forti del post è la domanda: «Perché me l’hanno sempre descritta come fosse un inferno?». Cringerica racconta di non aver mai incontrato esami “impossibili” nel senso mitologico del termine. Parla di prove impegnative, sì, ma non di situazioni nelle quali fosse condannata a bocciare a priori.
Secondo lei, se si studia con costanza e serietà, la bocciatura resta un’eventualità rara e comunque recuperabile.
Ammette che può capitare a tutti la giornata storta, ma non vive un 18 o un esame andato male come una tragedia esistenziale. Per lei il vero problema nasce quando si entra nell’ottica “tutto o niente”, dove ogni appello viene caricato di aspettative assolute.
La pressione di laurearsi “in tre anni spaccati”
Il cuore del ragionamento sta nella gestione dei tempi. Cringerica scrive chiaramente che l’università diventa un inferno se la vivi con l’ossessione di laurearti “a tutti i costi entro tre anni esatti”. Se invece ti concedi di rispettare i tuoi ritmi, magari allungando di una sessione o di un anno, l’esperienza cambia completamente volto.
È una critica indiretta alla cultura del “perfetto in corso” e alla pressione – familiare, sociale, a volte anche interna – di incasellare la laurea in una timeline rigidissima. Per lei, l’università funziona quando diventa un percorso personale, e non una gara contro il cronometro o contro i compagni che finiscono “prima”.
Quando l’università ti distrugge l’autostima
Il thread, però, non è unidirezionale.
Nei commenti, come ampiamente prevedibile, emerge con forza l’altra faccia della medaglia, a partire da Feisty_Struggle_5597, che scrive: «Per me è stato orribile su tutti i fronti, ha ridimensionato totalmente la mia autostima, sono molto più insicura e sulla difensiva, non lo auguro veramente a nessuno».
Per lei l’università non è stata una parentesi serena, ma un processo logorante. Parla di una fiducia in sé stessa sgretolata, di una versione di sé più chiusa, pronta a difendersi invece che ad aprirsi. È la dimostrazione che lo stesso sistema, con le stesse regole di base, può produrre effetti opposti a seconda del contesto, del carattere, dei docenti incontrati e del percorso scelto.
Nonostante il suo vissuto durissimo, Feisty_Struggle_5597 chiude il commento con una frase di grande lucidità:
si dice «molto contenta» per cringerica e la invita, di fatto, a godersi questi anni in cui sta bene. È come se dicesse: non dare per scontato il fatto che l’università possa essere un periodo felice.
l’università non è così difficile come me l’hanno descritta
by
u/cringerica in
Universitaly


