Sempre più ragazzi sotto i 25 anni mollano l’università per ansia, burnout e crisi di senso. La buona notizia è che in Italia esistono percorsi alternativi con tassi di occupazione fino al 90% e stipendi che superano quelli di molti laureati. La cattiva è che a scuola non te ne ha mai parlato nessuno.
C’è una cosa che gli orientatori dei licei non ti diranno mai, e che invece sui forum in cui i ventenni si confidano la sera tardi viene fuori sempre più spesso: mollare l’università non è un fallimento. Non lo è statisticamente, non lo è economicamente e – soprattutto – non lo è dal punto di vista della tua salute mentale.
Eppure il primo pensiero, quando l’ansia da esami inizia a divorarti il sonno, è sempre lo stesso: e adesso che faccio? Senza laurea sono finito?
No. Non lo sei. E i numeri lo dimostrano in modo abbastanza spietato.
Il paradosso italiano: laureati disoccupati, idraulici introvabili
Partiamo da un dato che fa rumore. In Italia il tasso di occupazione dei laureati a un anno dal titolo si aggira intorno al 75%. Quello dei diplomati ITS – gli Istituti Tecnologici Superiori, i grandi sconosciuti del nostro sistema formativo – supera l’80% e in alcuni indirizzi tocca il 90%.
Tradotto: un ragazzo che esce da un percorso ITS di due anni ha più probabilità statistiche di trovare lavoro di un coetaneo che ne ha passati cinque a dare esami.
E non è solo questione di occupazione. È questione di soldi. Negli ultimi anni i mestieri tecnici hanno visto un’esplosione di domanda che ha fatto schizzare in alto le tariffe. Un elettricista esperto, un termoidraulico specializzato in pompe di calore, un saldatore certificato, un tornitore CNC: figure che nelle aree industriali del Nord arrivano a guadagnare cifre che molti laureati in materie umanistiche non vedranno mai. In tante province del Sud – dove la concorrenza è minore – chi sa fare bene un mestiere tecnico spesso non riesce nemmeno a soddisfare tutte le richieste che riceve.
Il problema è che in Italia abbiamo costruito, nei decenni, una narrazione tossica: la laurea come unico passaporto per la dignità sociale. Una narrazione che oggi sta crollando, ma che continua a far sentire in colpa migliaia di ragazzi che capiscono – anche giustamente – che quella strada non fa per loro.
Smettila di sentirti in colpa: l’ansia da università è un sintomo, non un difetto
Prima di parlare di cosa fare, va detta una cosa importante. Se l’università ti sta provocando attacchi d’ansia, insonnia, dissociazione, crisi che non riesci a gestire, quello che senti è reale e va preso sul serio. Non è “debolezza”. Non è “non avere voglia di studiare”.
I dati sulla salute mentale degli studenti universitari italiani sono peggiorati drasticamente negli ultimi anni: depressione, attacchi di panico e disturbi d’ansia sono diventati esperienze diffusissime tra gli iscritti agli atenei. Una parte di questo è legata al sistema (esami concentrati, valutazioni opache, mancanza di supporto), una parte alla pressione sociale, una parte semplicemente al fatto che alcune persone non sono fatte per quel tipo di apprendimento.
Riconoscere che l’università non fa per te non è arrendersi. È fare una valutazione lucida prima che la situazione diventi insostenibile. Detto questo, considera anche di parlare con uno psicologo: l’ansia non si risolve cambiando ambiente, va affrontata. Ma puoi affrontarla mentre costruisci una vita che non ti sta facendo a pezzi.
Veniamo alle tre strade concrete.
1. Gli ITS: il segreto meglio custodito d’Italia
Gli Istituti Tecnologici Superiori sono percorsi post-diploma di due anni (alcuni di tre), pensati per formare tecnici altamente specializzati in settori dove le aziende stanno letteralmente cercando personale: meccatronica, informatica, biotecnologie, moda, agroalimentare, efficienza energetica, mobilità sostenibile.
Le cose da sapere sono queste:
- Sono gratuiti o quasi, con borse di studio disponibili a livello regionale.
- Si studia poco in aula e tanto in azienda: i tirocini sono parte integrante del percorso, spesso 6 mesi su 24.
- Il tasso di occupazione medio dichiarato dal sistema ITS supera l’80%, con punte molto più alte nei settori tecnologici.
- Possono accedere ragazzi e ragazze fino a 50 anni – quindi non c’è il “treno perso” se hai mollato l’università a metà.
- Non conta il tipo di diploma: liceo classico, scientifico, professionale, tecnico – vanno tutti bene.
Il punto debole? Bisogna frequentare in presenza, e non sono distribuiti uniformemente sul territorio. Se stai in un capoluogo di provincia del Sud potresti dover trasferirti in una città vicina per due anni. Ma a fronte di un investimento del genere, in tante regioni – soprattutto al Nord – al termine del percorso le aziende che ti hanno ospitato in tirocinio ti propongono direttamente un contratto.
Il consiglio operativo: cerca su Google “ITS [tua regione]” e guarda gli indirizzi disponibili. La maggior parte ha open day e sportelli orientativi gratuiti. Vai a vederli prima di iscriverti, parla con chi sta già facendo il corso.
2. I mestieri tecnici: l’apprendistato è ancora la scuola migliore
Elettricista, idraulico, frigorista, manutentore industriale, saldatore, termoidraulico, piastrellista, carpentiere. Sono i lavori che – secondo le rilevazioni di Unioncamere – le aziende italiane non riescono a coprire. Non perché paghino male, ma perché non c’è nessuno che li voglia fare.
Il modo storico per imparare questi mestieri non è cambiato: vai da chi li sa fare, ti fai assumere come apprendista, impari sul campo. È un percorso che richiede umiltà nei primi due-tre anni – l’apprendista guadagna poco e fa la gavetta vera, quella di chi porta i materiali e tiene la torcia – ma che a 25-26 anni ti consegna in mano una professione spendibile ovunque, in Italia e all’estero.
Le strade per entrare:
- Bussare direttamente alle ditte della tua zona. Sembra una cosa anni ’80, ma funziona ancora. Una ditta di impiantistica elettrica con tre furgoni in giro ha quasi sempre bisogno di una mano in più.
- Centri per l’impiego e agenzie regionali per il lavoro: organizzano apprendistati strutturati e corsi finanziati.
- Corsi professionali regionali: cerca “corsi finanziati [tua regione]“, spesso gli enti di formazione hanno accordi diretti con le aziende per cui formano.
- Le scuole edili e gli enti bilaterali del settore artigianato hanno percorsi specifici.
Una cosa importante: questi lavori hanno un’evoluzione naturale verso l’imprenditorialità. A 35 anni un elettricista bravo apre la partita IVA, prende uno o due collaboratori, e da lì in poi quanto guadagna dipende solo da quanto lavoro accetta. È una libertà che il dipendente medio, anche laureato, non vedrà mai.
3. L’informatica senza laurea: l’unica vera meritocrazia rimasta
Programmatore, sistemista, sviluppatore web, data analyst, specialista cybersecurity. Il mondo IT è uno dei pochi in cui – se sei davvero bravo – nessuno ti chiederà mai dove ti sei laureato. Ti chiederanno il tuo profilo GitHub, il tuo portfolio, e ti faranno fare un colloquio tecnico.
Il problema, va detto onestamente, è che il livello di ingresso si è alzato moltissimo. Con l’arrivo dell’AI, le aziende non assumono più “il ragazzo che ha fatto un bootcamp di tre mesi e sa fare un sito vetrina”: cercano profili che sappiano lavorare con strumenti complessi, leggere codice esistente, integrare API. Significa che il percorso è più lungo di quello che ti raccontano nei corsi a pagamento.
Il percorso realistico:
- Corsi gratuiti di alto livello: CS50 di Harvard (gratis su edX), MIT OpenCourseWare, freeCodeCamp, The Odin Project. Sono migliori del 90% dei bootcamp a pagamento.
- GitHub vivo: contributi regolari, progetti veri, partecipazione a progetti open source.
- Certificazioni mirate: Google IT Support, AWS Cloud Practitioner, Microsoft Azure Fundamentals. Costano poco, valgono nel CV.
- ITS informatici: vedi punto 1, sono particolarmente forti in questo ambito.
- Tirocini extracurriculari: anche pagati poco, all’inizio servono per costruire esperienza vera.
Mettici da uno a due anni di studio serio (4-5 ore al giorno, non “quando ho tempo”) e arrivi a un livello da prima assunzione. È un investimento di tempo simile a una laurea triennale, ma autodiretto e – se sei nel posto giusto – con un mercato europeo davanti a te.

Quando la laurea, però, ha ancora senso
Per onestà intellettuale, va detto anche questo: ci sono percorsi in cui la laurea è non solo utile ma necessaria. Medicina, professioni sanitarie, ingegneria strutturale, magistratura, ricerca scientifica, insegnamento. Se il tuo sogno è uno di questi, non c’è scorciatoia. La domanda da farsi non è “quanto è dura?” ma “è davvero quello che voglio fare?“. Se la risposta è sì, la fatica si sopporta meglio.
Anche per le materie umanistiche, prima di mollare, vale la pena chiedersi: la mia ansia viene dall’università in sé, o da come la sto facendo? A volte cambiare facoltà, cambiare città, cambiare ritmo (un esame alla volta invece di quattro) trasforma tutto.
Tre domande da farti prima di decidere
Se sei a un bivio, prova a rispondere onestamente a queste tre cose:
Tra dieci anni, mi vedo dentro un ufficio o in giro a fare cose con le mani? Non c’è una risposta giusta, ma ti orienta tantissimo. Chi è fatto per stare seduto otto ore davanti a uno schermo non sopravvive in cantiere, e viceversa.
Cosa mi sta facendo stare male: il contenuto o il sistema? Se odi proprio le materie, è un conto. Se ti piacerebbero ma non reggi il modo in cui te le insegnano, forse ti serve un percorso più pratico – ITS, apprendistato – più che cambiare ambito.
Posso permettermi due anni di formazione “non garantita” o devo iniziare a portare a casa qualcosa? Se la situazione economica familiare richiede che inizi a guadagnare subito, l’apprendistato in un mestiere tecnico ti paga (poco, ma ti paga) mentre impari. Gli ITS no, ma offrono borse di studio. La laurea richiede l’investimento più lungo.
La verità che fa più paura di tutte
C’è un’ultima cosa da dire, ed è la più importante. Il vero rischio di questa storia non è scegliere il percorso “sbagliato”: è non scegliere affatto. Restare iscritti all’università senza dare esami per anni “tanto male non fa”. Fare il sesto anno di scientifico mentale a 22 anni perché nessuno ti ha mai detto che potevi smettere.
In Italia abbiamo un’enorme generazione di ragazzi sotto i 30 anni che è bloccata in mezzo: troppo qualificati per fare il commesso, troppo poco specializzati per trovare un lavoro vero, troppo spaventati per cambiare strada. È in quel limbo che si perdono gli anni migliori.
Mollare l’università quando capisci che non fa per te non è una sconfitta. È l’unico modo per non perdere altri tre anni della tua vita.
E i mestieri di chi costruisce e ripara questo paese – gli elettricisti, i tornitori, i programmatori, i tecnici di laboratorio – non sono il piano B. In molti casi, oggi, sono diventati il piano A.
Quello che conta è che lo decidi tu, e non l’ansia di un esame andato male a giugno.

