Venezia: aule piene, studenti per terra e zero servizi
Uno dei primi commenti (quello con più voti a favore, dunque presumibilmente quello che mette più italiani d’accordo) cita Venezia come esperienza da non ripetere. Uno studente cita aule troppo piccole rispetto al numero di iscritti, al punto da ritrovarsi a prendere appunti seduto per terra o addirittura a seguire la lezione dalla finestra perché l’aula era strapiena. A questo si aggiunge la disorganizzazione della segreteria e un sistema di esami e appelli incastrato in modo assurdo sulle lezioni, con pochissimo tempo utile per sostenere gli esami stessi. Come ciliegina, la “totale mancanza di servizi per gli studenti”: una sola mensa in tutta la città, nessuna attenzione reale alla vita quotidiana di chi studia.
Informatica a Catania e Pisa: due mondi opposti
Molto interessante il confronto portato da uno studente di Informatica che ha fatto la triennale a Catania e la magistrale a Pisa. Di Catania parla come di un ateneo “super serio”: sistemi informatici perfetti, niente inceppi, tutto aggiornato e indicizzato come si deve, segreteria efficiente, aule ristrutturate, pulite e funzionali. Un quadro quasi da brochure istituzionale, ma raccontato da chi ci è passato davvero.
Pisa, invece, viene descritta come il suo esatto opposto: basta prendere tutti quegli aggettivi positivi e negarli per avere il quadro della situazione. Stesso corso, stessi studenti, professori anche molto validi, ma inseriti – scrive – in un contesto di degrado e disorganizzazione “da terzo mondo”. Un altro utente conferma: nella città della Torre pendente ci sarebbe, secondo lui: disorganizzazione oltre i limiti, docenti che non si presentano, crediti che sulla carta valgono 1 ma nella realtà pesano come 5, e professori che non conoscono nemmeno il proprio regolamento. Risultato: «Mai più».
Roma Tre: il ripiego per chi altrove non ce l’ha fatta
Un’altra risposta punta il dito contro Roma Tre, definita l’unica università frequentata ma comunque “odiata”. Il giudizio è severo: spesso mancherebbero professori di reale spessore, fatta eccezione per alcune aree come gli studi umanistici e giuridici. L’impressione, per chi scrive, è che l’ateneo diventi un ripiego per accademici che non sono riusciti a costruire una carriera in università più prestigiose. È una percezione dura, ma racconta un sentimento diffuso: l’idea di trovarsi in un luogo che non è una scelta, ma la “seconda opzione” di tutti.
L’Orientale di Napoli: caos di orari, segreteria fantasma ed Erasmus fantasma
La testimonianza più articolata e lunga in termini di caratteri riguarda l’Orientale di Napoli (Unior), citata da una studentessa che, nonostante una triennale traumatica, si è iscritta anche alla magistrale e ancora oggi si chiede chi glielo abbia fatto fare. “L’università vanta sulla carta una grande varietà di corsi e lingue, ma non riesce a organizzare un calendario decente: se devi seguire tre corsi nello stesso semestre, li troverai sovrapposti lo stesso giorno alla stessa ora, e petizioni e richieste degli studenti restano lettera morta”, dice.
Il quadro si fa surreale: il bando Erasmus dell’anno accademico 2026/27 non è ancora uscito (il post è di 2 giorni fa), la segreteria ha orari ridicoli (un mercoledì di un’ora soltanto), i ticket di helpdesk si chiudono da soli senza risposta e, quando li riapri, ti dicono che non è vero. Le date degli esami compaiono pochissimi giorni prima la finestra per prenotarsi è di appena cinque giorni, e non è raro che il professore cambi la data il giorno stesso, inventandosi un calendario in tempo reale se i prenotati sono troppi.
Niente preappelli, niente prove intercorso, docenti che, secondo lei, si sentono “dio sceso in terra” e livelli linguistici che, per chi studia lingue orientali, alla laurea triennale restano fermi a un misero “ciao”. Alcuni professori sono noti da anni per assenteismo e atteggiamenti aggressivi, fino al caso di un docente finito sui giornali per battaglie no‑green pass anziché per l’impegno verso gli studenti.
Tra odio e amore, resta la vita da fuori sede
Eppure, nello stesso commento, emerge il paradosso: se ti iscrivi con un ISEE basso e fai amicizia, gli anni all’Orientale possono comunque diventare “i più belli della tua vita”. “Paghi solo la tassa regionale, vivi a caffè, spritz e sigarette, ti godi l’atmosfera di Napoli e la comunità studentesca, pur maledicendo ogni volta segreteria e calendari”, spiega la giovane utente anonima. È la contraddizione di tanti atenei italiani: odiati per come funzionano, amati per le persone e le esperienze che ci costruisci dentro.
Dal thread di Reddit non esce una classifica “ufficiale” delle peggiori università, ma il ritratto di un sistema dove la qualità non dipende solo dai professori o dal nome dell’ateneo, bensì da un ecosistema di organizzazione, servizi, rispetto del tempo degli studenti. E, soprattutto, la conferma che quando un’università ti fa dire «mai più» non è quasi mai per gli esami difficili, ma per tutto quello che ci gira attorno.




